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IL FENOMENO HIKIKOMORI


Parliamo di temi complessi come l'isolamento e il ritiro sociale, per i più giovani l'abbandono scolastico, la scelta dell'autoreclusione nella propria stanza, di critica agli stereotipi sociali o mancato adattamento al contesto sociale
.


Il termine " Hikikomori " - Si può definire Hikikomori un fenomeno nato e sviluppatosi prevalentemente in Giappone, ma presente anche in Corea e Taiwan. Il termine fu coniato dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki, dalle parole giapponesi "hiku (tirare)” e "komoru (ritirarsi)”, letteralmente “ stare in disparte, isolarsi ”, quando all’inizio degli anni Ottanta segnalò un numero sempre maggiore di giovani, i quali apparentemente per una forma di apatia scolastica, interrompevano le relazioni sociali e si ritiravano nella propria stanza rimanendovi rinchiusi anche per lunghi periodi.

In Italia - In altri paesi come Stati Uniti, Francia, Germania e in Italia il fenomeno Hikikomori era ancora poco conosciuto ma si è diffuso progressivamente nell’ultimo decennio, pur con particolarità legate ai singoli paesi. Ultimamente ne stanno parlando anche i media e le famiglie sono sempre più consapevoli della problematica nelle fasce adolescenziali, visti i dati importanti relativi all’abbandono scolastico.

Riguardo le fasce più adulte,
in Italia non si è ancora formata una "generazione di Hikikomori" che abbiano protratto l'autoreclusione volontaria per un periodo superiore ai dieci anni, ma si può parlare comunque di singoli casi.


La definizione clinica
- Una sindrome Hikikomori è diagnosticabile in persone che hanno trascorso almeno sei mesi in una condizione di isolamento sociale, di ritiro dalle attività scolastiche e/o lavorative, senza alcuna relazione al di fuori della famiglia. Il periodo medio di isolamento sociale è di circa 39 mesi, ma può variare da pochi mesi a parecchi anni (Saito, 1998). Di solito sono giovani di sesso maschile che decidono di rinchiudersi volontariamente nella propria stanza, evitando qualunque contatto diretto con il mondo esterno, spesso famigliari inclusi. (Aguglia et al.2010).


Uso di Internet
- In associazione al ritiro sociale può essere presente l'utilizzo intenso di Internet o dei videogiochi. E' oggetto di discussione quanto questi elementi siano solo un adattamento che si sviluppa successivamente per mitigare la nuova condizione di isolamento, piuttosto che un fattore che contribuisce a favorirne il mantenimento sviluppando potenziali forme di dipendenza. In questo senso ogni caso è da valutare in modo specifico.


Il trattamento del ritiro sociale effettuato dal Centro Hikikomori

terapia a domicilio o in sede: in genere i casi di ritiro sociale vengono segnalati attraverso la richiesta d’intervento dei genitori, il primo step è l’incontro con i familiari, successivamente si interviene a domicilio con il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta specializzato ed esperto sui casi di autoreclusione volontaria. Parallelamente al trattamento del ragazzo Hikikomori, viene supportato anche l’intero nucleo familiare con degli incontri specifici inizialmente presso la nostra sede di Milano. La rete dei nostri terapeuti dislocata in diverse regioni del nord, centro, sud Italia ( Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Puglia ) permette di raggiungere e supportare anche i casi che ci vengono segnalati fuori dalla regione Lombardia.

supporto psicologico on-line: nelle aree dove non siamo presenti o quando il caso particolare lo richiede, in una prima fase forniamo consulenza e supporto psicologico on-line con incontri via Skype dedicati sia per il ragazzo/a Hikikomori che per i familiari.

Il Centro ha acquisito negli anni un’esperienza importante nella prevenzione e nel trattamento terapeutico dei casi di autoreclusione volontaria - sindrome Hikikomori. In quanto Onlus, una parte dei progetti terapeutici sono stati realizzati con il contributo del Comune di Milano settore di zona 9 e con i fondi dell' Otto per mille della Chiesa Valdese.

I terapeuti della nostra cooperativa hanno sviluppato negli anni quella sensibilità e competenza spesso necessaria nel relazionarsi con gli Hikikomori che consente di iniziare un percorso di confronto e di evoluzione personale. In fase preliminare ha un ruolo rilevamente l'instaurarsi di un rapporto di fiducia che rafforzi la motivazione personale nel prendersi cura di sè. Nella nostra esperienza abbiamo riscontrato che nel contesto Italiano, a differenza del Giappone, nella maggior parte dei casi gli adolescenti ritirati accolgono un aiuto portato dall'esterno e rispondono in modo positivo al percorso terapeutico.

 

Hikikomori in Giappone

In Giappone il fenomeno ha aspetti estremizzati e anche più tipicizzati, legati anche alla particolarità della società giapponese stessa:  spesso hikikomori è il figlio maggiore di una famiglia con un background socioeconomico medio-alto e un’età media compresa tra i 18 e i 27 anni. In genere, i primi sintomi di reclusione, cioè una tendenza di chiusura espressa evitando la comunicazione, si presentano molti anni prima (Kondo, 1997; Ministry of Health, Labour and Welfare, 2003; Saito T. 1998). Secondo dati ufficiali recenti l’età media si sta modificando e attualmente è stata individuata fra i 30 e i 40 anni.
Un Hikikomori giapponese su cinque ha comportamenti violenti espressi: buchi nei muri della stanza; azioni di violenza nei confronti dei famigliari, in particolare verso la madre. Sui fattori che contribuiscono alla nascita di Hikikomori è facile riscontrare esperienze di sofferenza psicologica causata ad esempio da atti di bullismo durante l’infanzia o la prima adolescenza. Questi eventi hanno creato difficoltà nella frequenza scolastica e possono aver influito sulla successiva drastica interruzione. Il rifiuto scolastico è in effetti l’elemento più comune fra le condizioni che poi evolvono nell' auto reclusione (Honjo et al., 1992).

Lo psichiatra Satoru Saito (2001) ritiene che il fattore narcisistico sia determinante nell’evoluzione di hikikomori. Egli sostiene che l’innaturale rapporto madre-figlio, che ha un notevole peso nello stato di hikikomori, sia legato anche al problema della presenza-assenza del padre. L’assenza del padre assorbito dal lavoro, che è una prerogativa della famiglia giapponese, simboleggia l’importanza del ruolo che riveste all’interno della società e il sacrificio per la famiglia. L’assenza della figura paterna non fa che rafforzare parallelamente l’attaccamento e la relazione madre-figlio, contribuendo allo sviluppo di un esagerato narcisismo del figlio.

Il governo Giapponese, vista la rilevanza sociale del fenomeno, ha individuato alcuni criteri diagnostici specifici per questo problema:

  • Ritiro completo dalla società per almeno sei mesi;
  • Presenza di rifiuto scolastico e/o lavorativo;
  • Al momento di insorgenza di Hikikomori non erano state diagnosticate schizofrenia, ritardo mentale o altre patologie psichiatriche rilevanti;
  • Tra i soggetti con ritiro o perdita di interesse per la scuola o il lavoro sono escluse le persone che continuano a mantenere relazioni sociali (Ministry of Health, Labour and Welfare, 2003).

I sintomi del fenomeno Hikikomori descritti da Saito Tamaki (1998) sono: ritiro sociale, fobia scolare, e ritiro scolastico. L’isolamento sociale autoindotto in modo prolungato può essere accompagnato dalla presenza di ulteriori sintomi: antropofobia (paura della gente e dei contatti sociali), automisofobia (paura di essere sporchi), agorafobia (paura di ambienti non famigliari e di spazi aperti), manie di persecuzione, disturbi ossessivo-compulsivi, comportamenti regressivi, evitamento sociale, apatia, letargia, umore depresso, pensieri di morte e tentato suicidio, inversione del ritmo circadiano di sonno-veglia, internet addiction disorder, comportamenti violenti contro la famiglia, in particolare verso la madre.

Il ritiro sociale è il sintomo principale che può manifestarsi con uno spettro di possibilità: da comportamento isolato a soggetti che non abbandonano la loro stanza per mesi o anni. Nei casi più gravi riportati in Giappone, l’Hikikomori non esce dalla sua stanza né per lavarsi, né per alimentarsi, chiedendo che il cibo sia lasciato dinanzi alla porta di accesso alla stanza. L’universo simbolico della “stanza chiusa” può assumere significati contrapposti: o luogo di rifugio (una sorta di “isola protetta”); o luogo di “prigionia” (Teo, 2009).



Centro Hikikomori - Milano - Settembre 2012 - pagina aggiornata Ottobre 2016